RICORDI DI FANCIULLEZZA.(Quando andavamo in Colonia- Come giocavamo- La Castagnaccia)

Quando andavamo in colonia.

E' la nostra storia. La storia di un bel periodo durato fino agli anni sessanta e forse oltre.
Mandare i bambini in Colonia era una grossa opportunità per le famiglie, una vacanza al mare o in montagna per chi aveva poche disponibilità economiche. 
Molte di queste colonie erano gestite dall'ENAOLI, ente per gli orfani dei lavoratori.
Io avevo perso mio padre all'età di sei anni.
Le costruzioni, erano molto spartane, grandi cameroni con enormi finestre che facevano entrare aria luce e sole. 
Erano realizzate in aree marine spesso fra la spiaggia e la pineta, ma anche in zone montane e collinari. 
Oggi molte di queste colonie sono abbandonate, talvolta dei veri e propri ruderi, o trasformate in casa vacanze per gli anziani meno abbienti. 

Ci radunavamo nel piazzale antistante gli uffici dell'Ente dove era parcheggiato un grosso pullman che ci avrebbe portato in Colonia. 
Tanti bambini festanti col cappellino bianco in testa, pantaloncini corti e sandaletti. 
La sacchetta a tracolla conteneva la biancheria con i numerini attaccati ad ogni capo che le mamme avevano ordinatamente ripiegato e sistemato rigorosamente come era scritto sul foglio consegnato alle famiglie. 
Le bambine, gonnellina e scarpette rosa, erano più riservate e vergognose e non si staccavano mai dalla loro mamma.
I più piccoli piangevano abbracciati alla mamma: "Non ci voglio andare in Colonia!"
Altri si rincorrevano felici perché si erano rincontrati dopo l'esperienza dell'anno precedente.

L'austera direttrice iniziava l'appello e a due a due i bambini salivano sul pullman accompagnati dalle "signorine" che li sorveglieranno con amore per tutto il mese.
Ecco il momento della partenza: l'autista sale in cabina mette in moto e.. si parte!!
I bambini più piccoli affacciati al finestrino col nasino schiacciato sul vetro ancora piangono rincuorati  e accarezzati dalle signorine.
Atri sorridono e gridano felici salutando e sventolando i loro cappellini e mandando baci alle loro mamme.
Andavamo in Colonia al mare per respirare l'aria buona ricca di iodio.
A goderci il sole e fare il bagno...
Mia madre, mentre ero ancora affacciato al finestrino, mi diceva: "mangia e cresci di un chilo". 
Le famiglie erano contente di sapere i loro figli al sicuro al mare, sorvegliati e trattati bene.
Li aspettavano al ritorno per rivederli felici e abbronzati. 

Arrivati nella struttura venivamo suddivisi per età, ordinati in squadre (A-B-C-ecc.) e sistemati in camerate di dieci-quindici lettini con accanto il comodino per sistemarci le cose personali. 
Le bambine, che erano sempre in numero inferiore, avevano una stanza tutta per loro.
Il primo giorno, le signorine ci accompagnavano dal barbiere che ci avrebbe "rapato a zero" poi tutti sotto la doccia. 
Ci veniva consegnata a tutti la stessa divisa: camicetta a righine bianche e celesti, pantaloncini blu e zoccoli di legno. 
Nel grande refettorio, ampio e luminoso collegato alla cucina, ci servivano la colazione, il pranzo, la merenda e la cena, maschi da una parte femmina dall'altra. 
Le posate, i piatti e i bicchieri erano tutti in alluminio, i pasti erano abbondanti e variati con minestre di ortaggi, carne, formaggini e tanta frutta, un ben di dio che alcuni bambini non avevano mai visto nelle loro case.
C'era però anche lo schizzinoso che non mangiava e allora lo "aiutavamo" noi a finire il pranzo.

Alle 7,30 sveglia, rigorosa pulizia personale e prima della colazione l'alza bandiera.
Le regole e la disciplina andavano rispettate: il bagno in mare si faceva dopo tre o quattro giorni di ambientamento al nuovo clima e non poteva durare più di dieci-quindici minuti. 
Le signorine formavano una specie di cordone intorno ai bambini e li sorvegliavano a vista coadiuvate dai bagnini.
Si giocava sulla spiaggia al sole con la palla, mentre le bambine saltavano alla corda, con il cappellino in testa e molta attenzione a non scottarsi. 
Le passeggiate erano moltissime e tanti giochi nella pineta, specialmente quello delle cinque nocciole di pesca e a cercare i pinoli .
Dopo pranzo  si ritornava in camerata per il riposino pomeridiano.
Era d'obbligo il silenzio, ma qualcuno scambiava ancora qualche parola col vicino di letto. 
La paziente signorina che ci sorvegliava dal suo paravento posto all'angolo della camerata, minacciava di non farci fare il bagno l'indomani.. ma non succedeva mai.
Le famiglie avevano consegnato alla partenza dei soldi alla direttrice e lei con parsimonia permetteva l'acquisto di qualche gelato e caramelle. 
Si pregava prima di mangiare, e prima di andare a letto. Spente le luci però il vocio continuava per ricordare il divertimento e le cose belle fatte durante il giorno. 
La signorina con dolce rimbrotto diceva: "Fate silenzio ché devo studiare se mi fate prendere un diciotto al prossimo esame vi sculaccio".

Una volta a settimana ci proiettavano un film che era del genere "Marcellino pane e vino" o il libro "Cuore".. sono passati tanti anni ma per me è sempre un piacevole ricordo.
Di molti bambini della colonia serbo un buon ricordo, ma di uno in particolare:
Si chiamava Zocchi, il nome non lo rammento, era bravo in tutti i giochi, sapeva già nuotare benissimo, era simpatico e benvoluto dalle signorine, sapeva cantare anche molto bene e quando lo faceva durante la ricreazione le bambine si mettevano intorno a lui e lo guardavano ammirate.
Non nego di aver provato un po' di invidia ed è rimasto nei miei ricordi di Colonia..  chissà quale sarà stato il suo destino...

Un mese passa presto e il giorno della partenza è arrivato. La sera prima, tutti indaffarati a preparare la sacchetta con la biancheria  lavata e stirata per l'occasione dalla lavanderia delle suore.
Poi tutti sotto la doccia dovevamo presentarci alle nostra famiglie puliti e ordinati.
Dopo la cena le signorine organizzarono una piccola festa d'addio, ci distribuirono dei dolcetti e ci fecero cantare tante canzoncine, la più bella la ricordo con nostalgia: l'aria era quella del Valzer delle candele: "domani partirò e più non tornerò.. facciamo una catena ognor.. con amor"...
La notte in molti non abbiamo dormito, il pensiero per la partenza era più forte del sonno.. tanti si scambiavano l'indirizzo: "Mi raccomando scrivimi una cartolina… 

Alle 7,30 sveglia, pulizie personali e tutti sul pullman che ci attendeva fuori della struttura e che ci avrebbe riportato a casa. 
Durante il viaggio di ritorno ancora tante canzoncine e filastrocche e l'immancabile "…"e noi vogliamo tanto bene alla nostra direttrice"…
Arrivati sul grande spiazzale antistante gli uffici dell'Ente ci attendeva la folla delle nostre famiglie: Mamme, papà, sorelle, fratelli emozionantissimi e in lacrime di gioia.
Già dai finestrini grida di felicità : "mamma, mamma, mamma", cappellini che sventolavano e la calca a chi faceva prima a scendere dal pullman, un continuo corrersi incontro, abbracciarsi
e baciarsi.. tanti "come stai" e tanti "bene, benissimo".. molti genitori facevano conoscenza fra di loro e si congratulavano con la direttrice e le signorine.. i bambini si salutavano si baciavano e si dicevano:
"Ci vediamo il prossimo anno".. anche quelli che il primo giorno piangevano……


Come giocavamo.

Pochi ragazzi fortunati avevano la bicicletta, un monopattino, pattini a rotelle o un pallone di cuoio.. ma centinaia di altri ragazzi non avevano nulla, solo la voglia di giocare inventando giochi semplici e fatti di niente.. qualcuno si costruiva il "carettino" con delle aste di legno e quattro cuscinetti a sfera al posto delle ruote, con il quale si lanciava giù per una discesa...

Naturalmente il gioco che piaceva di più ai ragazzi era il calcio.. nella segheria di Sacchetti giocavamo con la palla di stracci tenuti insieme con elastici di qualche vecchia camera d'aria..
i pali delle porte erano fatti con i cappotti e altri indumenti.. si stabiliva che ogni tre "corne"(calcio d'angolo) un rigore.. la punizione la chiamavamo "enze" dall'inglese hands-mani..
la partita finiva con l'arrivo dell'oscurità..tornavamo a casa sudici, logori e sdruciti, ma contenti di aver giocato tutto il pomeriggio…

Poi c'era il gioco della "nasconnarella".. chi faceva tana libera tutti, costringeva quello "sotto" a "riaccecarsi".. poi "acchiapparella" dove vinceva sempre il più veloce...

Il traffico delle auto era minimo e sui marciapiedi si svolgevano tantissimi giochi..uno dei più diffusi era la "nizza".. si prendeva un manico di scopa di legno, se ne tagliava un pezzo di 15 centimetri, se ne appuntivano gli estremi con un coltello ed era pronta la nizza.. si disegnava un cerchio in terra con il gesso e si formavano due squadre.. il battitore col bastone lungo cercava di colpire la nizza in una delle punte per farla rimbalzare e poi colpirla al volo e mandarla più lontano possibile.. gli avversari dovevano cercare di acchiapparla al volo per non rincorrerla troppo e rilanciarla verso la base (il cerchio di gesso).. insomma una sorta di base-ball casereccio.. capitava che la nizza finiva in testa a qualche passante o sui vetri di una finestra, allora c'era "er fuggi-fuggi" generale...

Quelli che per la gente erano "ragazzacci", avevano la "la mazzafionna", il dialetto romanesco di fionda fatta in casa, che adoperavano per tirare sassi contro gli inermi uccelletti e per la caccia alle lucertole.. qualcuno invece del sassetto, nella "pezzola" ci metteva delle piccole palline di coccio...

Il "Piccchio" era un cono di legno con la punta metallica, solcato da scanalature concentriche alle quali si avvolgeva una funicella.. il gioco consisteva nel lanciare velocemente a terra il "picchio" trattenendo il capo della cordicella, questo ruotava vorticosamente e arrivava a terra seguitando a girare, vinceva chi lo faceva roteare più a lungo.. i più mariuoli, che erano sempre i più bravi, chiedevano di giocare a "spaccapicchio".. colpivano un picchio dell'avversario, ancora roteante,
con un altro che gli lanciavano con forza sopra, spaccandolo o sfregiandolo.. il ragazzino perdente piangeva, chiamava la mamma e i mariuoli fuggivano…

Come dimenticare il gioco delle palline, piccole sfere di coccio o di vetro, dette perle, tutte colorate... C'erano delle regole ben precise: Si facevano delle buchette in terra e vinceva chi colpiva la pallina dell'avversario e poi mandava la propria in buca...

Nel gioco con figurine c'era la mania della collezione: L'album dei calciatori, degli animali, di Biancaneve, di Cenerentola e così via.. gli scambi dei doppioni avvenivano per la strada, ma soprattutto all'uscita di scuola, per una figurina rarissima se ne potevano ottenere in cambio anche 5, o 10 ed anche 15... 
Si giocava anche a "scalinella":  i ragazzini si sedevano sul marciapiede o sui grandi gradini del palazzo della "sora" Maria, da qui lanciavano le figurine verso il basso il più lontano possibile.. vinceva e si prendeva tutte le figurine chi faceva "capannella", ossia andava a finire con la sua figurina sopra quella dell'avversario..

I ragazzi un po più grandi giocavano con i soldi di metallo a "battimuro": si batteva una moneta contro il muro che rimbalzando doveva arrivare vicino alla moneta dell'avversario, se la distanza era di un palmo si vinceva il soldo...

C'era anche un altro gioco che piaceva molto a questi ragazzi più grandi: "uno monte 'a luna":  facevano la conta per chi toccava mettersi "sotto", il malcapitato doveva piegare la schiena e toccarsi le ginocchia con le mani per tenere una  posizione come un cavalletto, i saltatori dovevano pronunciare delle frasi o fare gesti ad ogni salto,  chi sbagliava andava "sotto" a sua volta.. "uno 'a luna"-"due er bue"-"tre bacetti alla fija de Re"-quattro "er carcetto al volo", qui saltando si doveva dare un calcetto nel culo del saltato..il gioco durava  una quindicina di salti ed è difficile ricordarli tutti..

Sempre questi "ragazzacci" si divertivano allo "schiaffo del soldato": uno si metteva rivolto verso il muro con la mano sinistra aperta sotto l'ascella destra, dal  gruppo dietro di lui partiva uno schiaffone sulla sua mano e lui doveva indovinare chi era stato, mai che qualcuno dicesse la verità..
spesso invece della mano partiva una scarpata.. 

I più temerari, nell'orto della "sora" Rosa, si divertivano con un gioco piuttosto pericoloso:
far saltare in aria un barattolo riempito con acqua, carburo e zolfo, lo interravano e poi davano fuoco alla miccia, un botto forte e il barattolo schizzava velocemente in alto per poi ricadere nell'orto e si ricominciava... 

Altro gioco di questi "lazzaroni" era "tre-tre-giù-giù che consisteva nel saltare sulla schiena di un gruppo di ragazzi, che stavano "sotto" a mò di cavalletto, da un altro gruppo fino a farli crollare, se invece resistevano al peso avevano vinto e toccava agli altri andare "sotto"...

E le ragazze? come giocavano?.. mi ricordo che il gioco regina era  la "Campana".. si disegnava col gesso sul marciapiede un rettangolo diviso in sei o otto caselle numerate, la ragazza doveva saltare con un piede solo e a testa alta da una casella all'altra senza toccare la linea che divideva i quadratini: "Sarà", gridava la saltatrice, "AH", rispondevano in coro le altre per confermare che non aveva "bruciato", ossia messo il piede sulla riga.. più difficile era saltare dalla casella numero uno a quella numero tre e così via..

Un gioco sportivo per le ragazze era palla prigioniera, "surì-surè"  che consisteva nel tirare la palla su di una parete pronunciando strane parole:  "tacco-sopratacco-tambucè-con una men-con l'altra men-con un piè-con l'altro piè...

Le femminelle, come le chiamavamo noi, amavano molto giocare alla "corda": due di esse prendevano ai capi una fune di 5 o 6 metri e la facevano roteare sopra di loro, le altre ragazze dovevano saltare la corda pronunciando il nome di un frutto: mela-pera-arancio-susina.. le più brave si esibivano in saltelli ritmati, doppi, a piedi uniti, spesso facevano "entrare" una seconda compagna e il gioco diventava più interessante.. chi inciampava sulla corda cedeva il posto a quella che teneva il capo della fune…

Un gioco da riposo era la filastrocca "piso-pisello", che si giocava toccandosi le dita delle mani e recitare: piso pisello-colore così bello-santo martino-la bella molinara-che sale sulla scala...

Tantissimi altri giochi e divertimenti giovanili si svolgevano per le strade e per le piazze..io ho voluto ricordarne alcuni di via di Vigna Fabbri..







La castagnaccia.

Nella Roma della mia mia fanciullezza, c'erano molti giardini, le botticelle che portavano il vino dei castelli, lo stridio delle Rondini verso sera, le campane di Santa Maria Ausiliatrice, il profumo delle stagioni..all'ora di cena la luce del lampadario andava giù e mia madre diceva hanno acceso le luci in strada...

Agli angoli delle strade c'erano i "Nonnetti", quei caratteristici e anziani personaggi con piccoli tavolinetti, che vendevano delle vere leccornie: Bruscolini, lecca-lecca, caramelle, "pesciolini" e "lacci" di liquirizia, mostaccioli, le mosciarelle (castagne secche), fichi secchi e uva passa.. non mancava mai la girandola tricolore da legare al manubrio della bicicletta (per chi ce l'aveva) per vederla roteare mossa dal vento..

La mattina fuori dalle scuole c'era il "Nonnetto" che vendeva la Castagnaccia: tagliava il pezzo richiesto nella teglia e poi un altro pezzetto gratis che si chiamava "l'aggiunta", o "er gnaccino".. in inverno i Nonnetti vendevano le caldarroste, che mettevano in un cartoccio fatto con della carta dura e giallognola.. la gente, anziani e bambini si fermavano a comprarle, ma si fermavano  anche per scaldarsi un pò vicino al secchio contenente i tizzoni ardenti...
Tutti i ragazzini prima di andare a scuola compravano pochi soldi di pizza bianca dal "fornaro" Piermattei, solo i pochi più abbienti e i più invidiati si potevano permettere il maritozzo con la panna o il panino all'olio con formaggio..

In via di Vigna Fabbri ogni tanto passava l'ombrellaio che gridava: "Ombrellaio, piatti, ombrelli e conculine accomodare", riuscivano a rimettere insieme i cocci di una insalatiera che incollavano e poi fermavano con delle grappette di ferro ..non mancavano  neanche gli straccivendoli che avvertivano del loro passaggio strillando: "Stracciarolo donne, me compro tutti li stracci che c'avete, ve do 'na scopa pe' ogni cinque bottje vote"..

In estate passavano i "gelatari" ambulanti con i loro triciclo a pedali con sopra un cassettone che conteneva tre vaschette di acciaio, immerse nel ghiaccio, con dentro gelato alla fragola, al limone, alla crema, al cioccolato, un grosso ombrellone riparava il baldacchino dal sole e loro gridavano allegri: "Ecco er gelataro, gelatiiiii".. 

All'angolo di via Enea c'era il piccolo chiosco della "sora" Giovanna, una donnetta simpatica e tipica romana, che indossava sempre una "parannanza" rossa.. faceva delle grattachecche dolcissime che alleviavano il caldo delle giornate estive.. la sora Giovanna diceva " la grattachecca l'avemo 'nventata noi romani".. significava "grattare la checca", cioè la tipica lastra di ghiaccio che serviva alla conservazione degli alimenti.. il chiosco era il punto d'incontro serale della gente del quartiere..
potevi scegliere i gusti di menta, orzata, limone, arancia, latte di mandorla, potevi aggiungerci pezzetti di frutta come il cocco, oppure alla romana con il tamarindo, amarena con le visciole e spicchi di limone.. ce n'era per tutti i gusti per rinfrescarsi dall'afa...

Negli spiazzi liberi di via Appia Nuova i "cocomerari" mettevano su i loro baldacchini tutti colorati mentre strillavano: "Daje ch'è rosso", tagliavano i cocomeri a fette e le sistemavano su lastroni di ghiaccio, solo a vederle la sete aumentava e non si poteva resistere alla tentazione di comprarne un paio e divorarle con voracità, ti sporcavi la faccia fino alle orecchie, il succo colava sui vestiti ed era  tutto uno sputacchiare di semini, ma che refrigerio!!!…

Rivedendo il proprio passato ci ricordiamo di volti e luoghi di molti anni indietro.. amo le storie..
li c'è la memoria senza la quale non avremmo vissuto...









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