lunedì 6 aprile 2015

LA MIA VECCHIA E CARA CASA.

La mia vecchia e cara casa dove ho trascorso la mia fanciullezza.
Il palazzo di via Appia Nuova era alto solo cinque piani. Costruito con criteri antichi, senza riscaldamento e senza ascensore.
I muri erano spessi e robusti e non lasciavano passare il freddo in inverno e il caldo  in estate. 
I due appartamenti al seminterrato erano occupati dalla mia famiglia e dalla famiglia della portinaia Francesca.
Per accedervi occorreva  scendere una rampa di scale dall'androne del portone fino al pianerottolo dove, a destra e a sinistra, c'erano gli usci delle nostre case.  Il nostro grande divertimento era mettersi a cavalcioni sul mancorrente di legno della ringhiera e lasciarsi scivolare velocemente giù fino al pianerottolo.
Superato l'uscio di casa mia ci si trovava subito in un grande stanzone (oggi si direbbe salone all'americana) che fungeva da ingresso e da soggiorno.
Al centro della stanza era sistemato un grande tavolo rettangolare di robusto legno con sei sedie impagliate tutt'intorno.
Da un lato una poltrona letto di finta pelle color verde che all'occorrenza serviva per far dormire gli "ospiti". 
In questa stanza trascorrevamo la maggior parte del tempo quando eravamo in casa e dove festeggiavamo le ricorrenze più belle dell'anno. 
La radio era una chimera. I nostri soldi non ci consentivano l'acquisto di un "Radiomarelli" o di un "Telefunken", bellissimi anche come mobili.
Solo più tardi, quando mio fratello maggiore cominciò a guadagnare di più, potemmo comprare una bellissima radio "Geloso" tutto di legno e con giradischi incorporato.
Dal soggiorno si accedeva nelle due ampie camere da letto con finestre che davano su di un meraviglioso giardino condominiale e dalle quali, in primavera, entrava prepotentemente il profumo di una bellissima e fiorita mimosa.
Nella stanza di sinistra, la "matrimoniale", vi era sistemato un grande lettone di legno con materasso di pura lana e lenzuoli sempre freschi di bucato, una grande coperta rosa damascata copriva il tutto. 
Quante volte mi sono infilato sotto quel lettone per sfuggire alle ire di mia madre dopo averne combinata  "qualcuna"
Sopra la grande spalliera del letto era appesa una bellissima cornice ovale d'orata con all'interno uno stupendo dipinto raffigurante la Madonna con il Bambinello in braccio.
Dalla spalliera penzolava il filo con la "pompetta" elettrica per spegnere la luce prima di andare a dormire.
Ai lati del letto due comodini dello stesso legno e sulla sinistra il "comò".
Sull'altra parete l'armadio ad un' anta con incorniciato uno specchio di cristallo che rifletteva la luce che filtrava dal giardino e faceva sembrare la camera molto più grande.
Un giorno mio padre si arrabbiò a tal punto, non ricordo bene perché, che sferrò un calcione contro lo sportello del comodino di sinistra procurandogli un bel buco.
Mia madre non lo fece mai riparare, ci incollò sopra una cartolina illustrata e rimase così per molti anni a ricordo della rarissima volta che mio padre si arrabbiò. 
La stanza di destra era arredata in modo modesto con due lettini singoli, comodini, una cassettiera e due sedie. 
Nel gabinetto (così si chiamava e non bagno) gli unici sanitari erano la "tazza",  il lavandino con i rubinetti che perdevano perennemente la classica goccetta ed un catino di rame.
In alto la finestrella  che bisognava spingere con forza per chiuderla, uno spago pendeva dallo sciacquone e tirandolo faceva scendere l'acqua, spesso però si rompeva e occorreva salire sulla "tazza" per ripetere l'operazione con le mani.
Niente carta igienica (un sogno) ma cartaccia.
La cucina, di fronte al "soggiorno" era grande e capace. Le pareti fino all'altezza di due metri circa erano verniciate con smalto azzurro che dava l'impressione di avere al muro le piastrelle di ceramica.
Non so quante volte mia madre abbia fatto riverniciare quelle pareti, tanto che  si era formato uno strato di smalto spesso quasi un centimetro.
Sulla parete di destra vi era adagiata una grande credenza di legno laccato bianco, molto di moda in quel periodo. La lacca  sulle ante e gli sportelli aveva raggiunto lo spessore di alcuni millimetri per le tante volte che venne ritoccata. La parte alta, dove riponevamo il servizio "buono" di bicchieri, si chiudeva con sportelli scorrevoli di vetro sabbiato, una volta ne cadde uno e si ruppe e non fu mai possibile trovarne un altro uguale, pena cambiarli entrambi, rimasero così sempre, uno diverso dall'altro.
Al centro della credenza cerano due cassetti: uno per le posate, uno per gli "impicci", dentro c'era di tutto: il martello, i chiodi, l'ago e il filo, le forbici, lo spago, i tappi, le lattine,le figurine, le palline, le candele, i fiammiferi, il lacci da scarpe, insomma qualsiasi cosa che non sapevamo dove mettere.

Il tavolo rettangolare sistemato in mezzo alla cucina era fatto dello stesso legno della credenza e ugualmente smaltato e laccato. Il pesante ripiano era di robusto marmo bianco.
Nel lato più corto c'era un foro rotondo dove ci si infilava il mattarello che serviva per fare la pasta in casa. 
La finestrella dava sulla via V.Fabbri e quando amici o conoscenti dovevano chiamarci o dirci qualcosa lo facevano da lì.
Le due ante della porta d'entrata erano costruite con robusto legno massiccio con all'interno un grosso catenaccio di ferro che dava sicurezza. La chiave , di quelle antiche di ferro, era perennemente ficcata nella "Toppa" esterna. Anche in futuro, quando avemmo la possibilità di sostituire la vecchia e malandata serratura, con una nuova più moderna, non perdemmo mai l'abitudine di lasciare la chiave nella porta.
Nel palazzo ci conoscevamo tutti. Le porte erano sempre aperte, c'era fraternità, solidarietà, umanità. Parlavamo da una finestra all'altra, da un pianerottolo all'altro. La povertà non era una colpa e tanto meno una vergogna: La signora Carboni bussava alla dirimpettaia per chiedere in prestito un pò di olio; la signora del secondo piano chiedeva a quella del primo se le fosse avanzato dello zucchero poiché aveva dimenticato di comprarlo.. chiunque bussava alla nostra porta bastava dire: "avanti".
Mi sembra un tempo irrimediabilmente lontano, purtroppo.
Mia madre, quando usciva e in casa non rimaneva nessuno, la chiave la "nascondeva" nel chiusino del contatore del gas posto all'esterno accanto alla porta: praticamente il segreto di Pulcinella! Tuttavia mai che io ricordi un episodio di disonestà e di intolleranza.

Sotto il lavandino, fatto di vecchio marmo grigiastro e con un rubinetto che erogava solo acqua fredda,  mia madre ci aveva ricavato uno spazio dove sistemava il secchio della "mondezza" e i rozzi utensili per le pulizie. Il tutto veniva "nascosto" da una tendina di cotone colorato che correva lungo i bordi del lavandino e tenuta ferma con dell'elastico.
Di fronte al lavatoio, in alto, una grande cappa che serviva a far defluire i fumi del camino sottostante che aveva ancora i fornelli a carbonella. Questi servivano oltreché per cucinare anche a scaldarci durante le lunghe serate invernali.
Più tardi, quando installarono il gas, mia madre continuò a far funzionare anche i vecchi e cari fornelli a carbonella.

Il sabato pomeriggio era dedicato al bagno settimanale.
Mia madre metteva a scaldare grosse pile d'acqua che poi versava in una capace "bagnarola" di ferro. La prima a lavarsi era mia sorella aiutata da mia madre.
Poi di nuovo pile d'acqua calda e quindi toccava a noi più piccoli il bagnetto con gran divertimento.

Nelle case, la luce elettrica era erogata con il metodo del "forfait".
Non si potevano usare lampadine più forti di 50 W (allora si diceva 50 candele) e non potevano restarne accese più di tre alla volta. Per passare da una stanza all'altra occorreva ricordarsi di spegnere la luce, altrimenti l'interruttore generale interrompeva l'energia in maniera ritmata: telon..telon..telon.. io e mio fratello rifacevamo il verso: telon..telon..

Remo, il figlio della nostra dirimpettaia Francesca la portinaia, la sera spesso  veniva a giocare in casa nostra.  Lui aveva una gran paura del buio sottoscala, la luce fioca illuminava appena il pianerottolo, Remo lo attraversava di corsa, spingeva la nostra porta appena accostata ed entrava in casa.
Sfortunatamente, una sera trovò la porta chiusa: impallidì, urlò per la tanta paura e quando aprimmo la porta quasi svenne.

Questa era casa mia, dolce casa mia, tanto amata ed unica protagonista dei miei ricordi di fanciullo. Quel tempo meraviglioso di percorsi fantastici indimenticabili in cui tutte le
menzogne e le bruttezze della vita restano ignote.

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