MIA MADRE.

Mia madre

Mia madre Agatina, nacque a Stipes, un paesino di origine
medievale stretto fra le montagne del Reatino.
Si raggiungeva attraverso una mulattiera di tre km. Non c'era ne
luce elettrica, ne gabinetto e l'acqua si prendeva alla fonte.
Il sostentamento era dato dai frutti dell'orto, uova, latte delle capre e
dalla carne delle mucche e dei maiali.
Suo padre Antonio, mio nonno, era un pastore orgoglioso del suo
gregge, lavorava dall'alba al tramonto e non faceva mancare nulla
alla sua famiglia.
Il padre di Antonio, mio bisnonno Giuseppe, era anche lui pastore,
era nato a Petrella Salto, un paese di montagna situato ai confini
fra il Regno di Napoli e lo stato Pontificio, di qui il soprannome di
"Petrellano".
Mia madre lo ricordava alto, occhi di brace, grosso orecchino sul
lobo sinistro, fazzoletto colorato al collo, pantaloni di duro fustagno
e scarponi chiodati.
Su di lui si narravano storie che incrociavano leggenda e realtà.
Era rimasto vedovo della sua amata Carolina, con quattro figli
piccoli da accudire: nonno Antonio, altri due maschi e una femmina.
I vecchi del paese raccontavano che un giorno per una violenta lite
con altro pastore accusato di avergli rubato due capre, estrasse il
coltello e gli sferrò un violento colpo che l'uccise.
Ricercato, fuggì con i figli piccoli. Attraversò il confine dello Stato
Pontificio, che ormai era stato annesso al regno d'Italia e si rifugiò a
Stipes.
Qui conobbe Vittoria, una giovane e bella contadina, se ne
innamorò pazzamente e la sposò.
La bella Vittoria gli dette altri quattro figli: due femmine e due
maschi.
Mia nonna Augusta, una bellissima e sfortunata donna, morì ancora
giovane di febbre "spagnola", lasciando vedovo nonno Antonio con
due bambine ancora piccole da assistere: mia madre e zia Paolina.
Più tardi mio nonno conobbe Lavinia, una bella e prosperosa
ragazza molto più giovane, la corteggiò, se ne innamorò
pazzamente lei corrispose questo amore e convolarono a giuste
nozze.
Da questo matrimonio nacquero altri sei figli: quattro femmine e due
maschi.
A mia madre, che era la maggiore, toccò il compito di far da balia a
tutti.
Quando mia madre compì 14 anni, un suo zio che si recava spesso
a Roma dove gestiva una trattoria e conosceva molta gente, le
propose di andare a servizio presso la famiglia di un Conte in via
Nomentana, alla quale lui forniva il vino.
Mia madre non si lasciò sfuggire l'occasione. Il sogno di vedere una
grande città e una vita migliore stava per avverarsi e accettò
volentieri.
Il Conte Rivetta di Solonghello era un signore colto e professore di
cinese e giapponese.
Dirigeva inoltre la rivista "Il Travaso delle Idee".
Sposato con la contessa Da Riva figlia di un generale della terza
armata di Redipuglia, comandata dal Duca D'Aosta nella prima
guerra mondiale.
Avevano due figli: il signorino Giorgio, studente e la signorina
Maria Bianca che mia madre diceva essere bellissima e
somigliante molto a Greta Garbo, la famosa attrice degli anni '30.
Il Conte e la Contessa vivevano in una grande e signorile casa in
uno dei posti più belli di Roma con servitù al seguito, tuttavia
ognuno conduceva la propria vita e pretendeva la propria libertà
praticamente separati in casa.
Lui aveva come amante una profuga russa, una bellissima donna,
scrittrice e redattrice del "Travaso delle idee"
Lei conduceva una vita fatta di stravaganze ed inseguiva sogni
irrealizzabili.
In casa di questi "signori" mia madre apprese le prime elementari
basi per diventare una vera dama di compagnia.
Una domenica di primavera mia madre passeggiava con delle
amiche in Via Piave, proprio vicino alla casa di mio nonno Ruggero.
Anche a mio padre piaceva la domenica passeggiare in centro e
stare con gli amici.
Fu un incontro fortuito. Salutò le ragazze ed in particolare mia
madre, lei contraccambiò e nacque subito una simpatia che
divenne ben presto amore.
Un anno dopo erano già sposati e andarono a vivere in una casa in
affitto a via Rimini, dove nacquero mio fratello Sergio e mia sorella
Vilma.
In seguito ebbero la fortuna di trovare l’amata casa di Via Appia
Nuova, dove abbiamo vissuto per tanti anni.
La contessa amava trascorrere le vacanze estive a Quercianella, in
quel tempo una elegante località balneare nei pressi di Livorno e
desiderava che Agatina l'accompagnasse sempre.
In una di quelle più belle vacanze estive conobbe Modesta, una
ragazza giovane carina e molto educata, che era al servizio di una
famiglia benestante della Livorno bene che trascorreva anch'essa
le vacanze estive nella stessa località.
Nacque tra loro un grande sentimento di amicizia che durò tutta la
vita.
Modesta, era stata innamorata di un giovane che purtroppo morì in
guerra e lei non si è mai sposata,visse nel suo ricordo per tutta la vita.
I signori le volevano bene e la
trattavano come una figlia e non li abbandonò mai.
Vivevano in una splendida villa nel punto più bello di Livorno, con
un meraviglioso giardino pieno di rose e alberi da frutta.
In occasione del giubileo del 1950, Modesta venne a Roma e volle
conoscere la nostra famiglia.
Si affezionò molto a noi e iniziò a volerci bene come ne voleva a
mia madre.
Noi abbiamo sempre contraccambiato questo affetto fino alla sua
morte.
Modesta, in casa dei signori, non è stata mai trattata come una
dama di compagnia, bensì come parte integrante della famiglia.
In seguito le permisero anche di ospitare mia sorella e mio fratello
per una breve vacanza.

La riconoscenza, la stima e l'affetto reciproco fra il conte, la
contessa e mia madre non si sono mai esauriti, tanto che diversi
anni dopo desiderarono che mia sorella, ormai signorina, andasse
ad assistere loro ormai anziani, mentre i figli avevano intrapreso strade diverse.

Nel lungo periodo trascorso a casa della contessa mia madre aveva imparato a fare
le iniezioni e le praticava anche al vecchio conte.
Le punture erano una cosa seria, fatte con siringa di vetro, sterilizzate e fatte bollire in
contenitori d’alluminio e con aghi che sembravano quelli del materassaio.
Nel dopo guerra ci fu il boom della penicillina il fortissimo antibiotico scoperto dal
dottor Alexander Fleming che per esso vinse il premio nobel.
Fleming osservo che su una piastra contaminata dalla muffa non c’erano più batteri,
nacque così dalla muffa la prima penicillina che debellò tantissime malattie quasi
incurabili prima d’allora.

Dopo la morte di mio padre e per tanti anni a venire mia madre fu considerata in
tutto il quartiere la signora Tina delle punture.
Tina aveva ormai raffinato la sua tecnica di fare le punture e quando il dottore
ordinava 10 iniezioni la gente pensava subito alla signora Tina.
Praticava iniezioni di tutti i tipi ma quelle di penicillina erano micidiali un vero incubo
da somministrare ogni 4 ore.
Eppure Tina non si scoraggiava, sempre disponibile con tutti, anche di notte e
con la rigidità dell’inverno
La nostra porta era sempre aperta e chiunque aveva bisogno di fare le punture
al marito, al figlio, alla vecchia madre, entrava in cucina:
diceva ”permesso” e chiedeva della signora Tina.

Tina entrava nelle case, salutava con buon giorno o buonasera, metteva il
contenitore sul fuoco e nell’attesa che bollisse ascoltava
le storie belle, ma anche tristi della gente.
Anche Tina raccontava storie raccolte nel suo girovagare di casa in casa.
Intanto il contenitore aveva bollito per 10 minuti .
Lo prendeva con attenzione, l’apriva e con cura estraeva la siringa, aspirava il
contenuto della fiala, imbeveva dell’ovatta con alcool, pregava il predestinato di
stendersi sul letto a pancia in sotto e cominciava a raccontare un’altra storia,
La signora Tina ormai conosceva le storie e i sederi di molte famiglie del rione
e sapeva il grado di dolore che poteva provocare ogni fiala di penicillina che
doveva iniettare.
Intanto che raccontava strofinava un angolo di sedere del malcapitato e così
raccontando, raccontando, con l’altra mano zac!!!! infilava l’ago e iniettava il medicinale:
- ahi”- ”fatto tutto a posto”.
“Quanto le devo signora Tina?” - “niente poi passa Gesù Cristo”- “prenda un caffè”-
“no grazie devo ancora andare dalla sig. Mancini, e dalla povera Adelaide”…

Mio fratello maggiore Sergio si arrabbiava molto quando tornava a casa a mani vuote.
“almeno fatti pagare un minimo!”-diceva- “loro hanno bisogno come abbiamo bisogno noi"
-rispondeva-


Dopo averle adoperate riportava a casa le boccette di vetro vuote che mio fratello più piccolo 
metteva tutte in fila giocandoci come fossero soldatini.
Questa era la signora Tina. Era mia madre!

Dopo la fine della guerra molti soldati americani rimasero a Roma per un lungo periodo di tempo.
Il signor Carboni, inquilino del nostro palazzo, aveva fatto amicizia con un sergente dell'esercito.
Un giorno questi si ammalò ed ebbe bisogno di fare delle iniezioni, il signor Carboni gli presento
mia madre.
Fu un colpo di fulmine, il sergente se ne innamorò, voleva sposarla e portare tutta la famiglia in America.
Iniziò a frequentare la nostra casa e portare dei regali a tutti, mia madre si sentiva turbata e incerta.
Anche se sicura che non avrebbe mai tradito l'more per il suo Ubaldo, volle sentire il parere dei miei fratelli ormai grandi. Sergio le disse che la decisione spettava esclusivamente a lei, mia
sorella Vilma fu più drastica: non avrebbe mai lasciato Roma, le sue amiche il suo fidanzatino.
Al contrario Francesca la portinaia e le altre donne del palazzo la incitarono a non lasciarsi sfuggire questa grande opportunità.
Ma mamma aveva già deciso: una sera  con molta gentilezza confessò al sergente che non poteva
fare quel passo, lo ringraziò per i sentimenti che provava per lei e lo pregò di non tornare più.
Per il resto della vita resto sola nel ricordo del suo Ubaldo.





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