sabato 11 aprile 2015

IL MIO NUOVO SITO.

                                          
La vita è un ricordo. 

Tutto è ieri: La giovinezza, il sorriso di un bimbo, il profumo delle stagioni, la speranza...
Scrivere i ricordi e la piccola cronaca quotidiana è un modo di parlare con se stesso e degli altri...

I sogni della mia fanciullezza e i ricordi di quel nostalgico periodo vissuto nel palazzo di via Appia Nuova non mi hanno mai abbandonato.

Appartengo ad una generazione fra il "vecchio", quando l'Italia era fatta di povera gente e il "nuovo", quando l'Italia è divenuta la quinta potenza mondiale.
Una generazione che ha assistito a radicali mutamenti di vita e di costume del nostro paese.

Siamo quelli del boom economico e demografico del dopoguerra.

La mia infanzia: Un epoca così lontana e dimenticata! In essa rivivo la gioia del passato e sento forte il bisogno di annotare di volta in volta episodi che riaffiorano dal profondo della mia memoria e che hanno caratterizzato la mia vita.

Il passato è una certezza, chi non ha memoria non ha neanche vissuto.

venerdì 10 aprile 2015

LE MIE RADICI...


ASSISI.

Mio nonno Ruggero era l'ultimo rampollo di una famiglia benestante di Assisi le cui radici risalgono fino al 
1600 ed oltre. Nel museo di Assisi ancora oggi è esposta una stele che ricorda un Domenico Paccoj del 1701, quale benefattore e mecenate di Assisi.

Mia madre mi raccontava che Ruggero era molto bello, alto, bruno e con gli occhi azzurri.. Burbero, energico e severo, ma fondamentalmente buono.. quando conobbe mia madre gli piacque subito e quasi ordinò a mio padre di sposarla al più presto.
Le tre sorelle maggiori  conducevano una vita sfarzosa e dispendiosa, fatta di viaggi, raffinatezza e liberalità.  
Non si sono mai sposate e in breve tempo dilapidarono  il patrimonio familiare.. erano chiamate col nomignolo di "cichine" per le numerose sigarette, ed anche sigari avana, che fumavano.

Ruggero e Maria Luisa si conobbero sui banchi di scuola, si sono voluti bene fin da bambini e crescendo i due ragazzi si dichiarano il loro amore..
ma come succede quasi sempre, le due famiglie borghesi si osteggiavano a vicenda e i genitori avversarono questo amore, ma  nulla avrebbe potuto impedir loro di amarsi.. si incontravano di nascosto, si scambiavano frasi d'amore dalle finestre, e si scrivevano letterine romantiche.


Compiuta la maggiore età, Ruggero scappò dalla città natia insieme alla sua amata Maria Luisa, detta "Giggia", e si trasferirono a Roma..  Riuscirono ad affittare una grande casa in Via Piave.. una casa bella e spaziosa, ma che affacciava solo su di un ampio cortile interno del palazzo dove il sole non ci batteva quasi mai.. io la ricordo perennemente buia.
Ruggero fu assunto da un maestro ebanista che gestiva una importante bottega del legno e ben presto divenne un falegname professionista.. mia nonna Giggia, invece, amò essere una onesta casalinga.  Qui nacquero quattro figli: mio padre, un fratello e due sorelle.

Le sorelle “cicchine, ”dopo aver vissuto una vita nel lusso e dilapidato un patrimonio, vollero venire a Roma a trovare il fratello.
Mendicarono compassione e comprensione, chiesero ospitalità. Ruggero che era un uomo buono le accolse a braccia aperte e concesse loro di stabilirsi in una stanza della grande casa. 
Avevano già una bella età ma non smisero mai di fumare.
Mia madre mi raccontava che nel giorno in cui mio padre gliele presentò, erano sedute in poltrona con uno scialle di lana sulle spalle e il sigaro avana nelle mani. 
Una di loro chiamò mio padre: “Ubaldo, core” (tipico detto umbro) disse, “avvicinati, dimmi com’è Agatina,
é bella vero? io sono vecchia e stanca e non riesco proprio a vedere bene”. “Si, si, rispose mio padre è molto bella”.
Appena usciti dalla stanza mio padre si rivolse a mia madre e disse: “ Non darle retta, quella ci vede benissimo, lo fa per farsi compatire.

Il ricordo più vivido che ho di mio nonno è quello di quando ragazzino, insieme ad un mio amichetto, percorremmo a piedi tutta la via Appia Nuova fino alla stazione Termini e quindi in via Piave a casa di mio nonno.. un tratto abbastanza lungo che solo con il tram si poteva fare senza stancarsi..suonai alla porta e mi venne ad aprire proprio lui.. ho ancora impressa nella mente la sua figura..alto, con viso preoccupato e meravigliato mi disse:  "cosa fai qui, tua madre lo sa che sei venuto?"  "No" risposi,  "passeggiando, passeggiando con un mio amichetto siamo arrivati fino qui",  "dovrei sculacciarti" disse, invece mi abbraccio e mi bacio sulla fronte.. mi dette anche dei soldi,  "con questi ci prendete il tram e tornate subito a casa che sicuramente staranno tutti in pensiero".. ma il richiamo delle giostre, che si trovavano in piazza S. Giovanni, fu troppo forte.. spendemmo tutti i soldi divertendoci sui "Caroselli" e tornammo a piedi.. a casa le famiglie erano in fibrillazione, ci avevano cercato per tutto il quartiere ed ora ci aspettavano davanti al portone del palazzo pronte a sculacciarci.. ma che bello!!!!!

Assisi, è conosciuta  in tutto il mondo per essere la città in cui nacquero, vissero e morirono San Francesco e Santa chiara.. per la sua magnifica cattedrale e per le numerose e splendide opere d'arte.. Mi è sempre piaciuto andare in gita ad Asssisi..un giorno mi recai nella stupenda chiesa del Battistero, mentre ero intento ad ammirare le bellissime icone e i capolavori d'arte, mi si avvicinò un fraticello molto simpatico con la classica chierica dei frati francescani, che vedendomi così interessato mi chiese da dove venissi:  "da Roma"  replicai,  "ma mio nonno è nato qui ad Assisi", ah, si!  e come si chiamava?  "Paccoj" dissi,  allora venga con me in sagrestia le mostrerò qualcosa di stupefacente".. entrammo e rimasi veramente sbalordito:  in una piccola biblioteca  erano ordinati in fila antichissimi volumi, ricoperti di pregiata pelle, dove venivano registrate le nascite, i battesimi e i figli abbandonati nella ruota del convento delle suore. 

Mi mostrò poi delle pergamene risalenti alla notte dei tempi contenenti scritti originali in latino e greco..  non credevo ai miei occhi, ero incantato di fronte a tanta splendida magia, a tanta meraviglia, a tanta arte..  poi tirò giù tre o quattro dei libroni antichi e mi invitò a sfogliarli, erano scritti tutti a mano in maniera incredibilmente ordinata e armoniosa, in fondo ai volumi perfino l'indice dei nomi era scritto a mano.. il frate scorse l'elenco e trovò "Paccoj" con accanto il numero della pagina da consultare..aprì la pagina e mi disse  "leggi, io ci vedo poco".. rimasi strabiliato quando vidi ciò che c'era scritto:  "Al cantare del gallo del giorno.. da Adelaide e da Ubaldo è nato un bambino che è stato battezzato con il nome di Ruggero".. ero sbigottito e commosso.. Il frate disse:  "risaliamo ancora indietro e vediamo dove arrivano le tue radici".. sfogliando diversi volumi e andando indietro nel tempo, fra zie, prozie, nonni e bisnonni, arrivammo fino ad un tal Domenico Paccoj mecenate di Assisi nato nel 1701, la cui stele è ancora oggi esposta nel museo della città.. in quegli enormi registri era scritta tutta la storia della gente di Assisi.. Il frate disse  "si è fatto tardi non possiamo andare oltre, però devi tornare, ti voglio far trovare i tuoi avi fino al medio evo, i Paccoj erano una famiglia molto amata qui ad Assisi".. "certo che torneò e al più presto"..lo ringraziai e ci salutammo molto cordialmente..

Tornai ad assisi qualche mese dopo, andai di corsa al Battistero a cercare Frà..ma non mi aveva detto neanche il nome..mi venne incontro un frate alto e grosso con folta barba per chiedere cosa desideravo, gli raccontai che cercavo un frate piccolino molto gentile e simpatico che mi aveva fatto visitare la biblioteca della sagrestia dove avevo visto delle cose meravigliose, rispose che Frà Egidio, così si chiamava,  era morto e che il Priore aveva vietato assolutamente di far entrare i visitatori in sagrestia.. per me fu un duro colpo, oltre che per la morte del piccolo frate, soprattutto perché non ho potuto completare il mio albero genealogico..un sottile senso di smarrimento si era insinuato dentro di me cancellando la gioia e il buon umore di poco prima...

giovedì 9 aprile 2015

QUANDO ERAVAMO POVERA GENTE....



Le ante di legno massiccio del grande portone del palazzo erano enormi e pesantissime e verniciate con coppale scuro..nel centro avevano due grossi "patocchi" di ottone che la portinaia Francesca lucidava tutte le mattine fino a farli diventare brillantissimi…
Dal nostro pianerottolo scendevamo un paio di gradini e ci trovavamo nel buio sottoscala, quindi passando per una porticina bassa  e stretta, che a noi ragazzini sembrava tanto grande, accedevamo nel cortiletto interno del palazzo dove ci batteva il sole tutto il giorno...
Questo era il nostro balcone, il nostro terrazzo, il nostro solarium...
Mia madre, la portinaia e tutte le altre massaie ci stendevano i panni dopo il bucato…
Qui nei caldi pomeriggi d'estate trascorrevamo molte ore a giocare...
Qui spesso a noi ragazzini le mamme ci  lavavano la testa (lo shampoo!) con sapone e aceto per prevenire le lendini di pidocchi…

Sulla destra del cortiletto, attraverso una vecchia porta di legno tutta rosicchiata dai tarli, si entrava nel lavatoio condominiale che noi chiamavamo familiarmente la "fontana"...
Dentro c'erano due enormi vasche di pietra piene di acqua, una serviva per insaponare i panni, l'altra per risciacquarli sotto il forte getto di un rubinetto.. a volte invece dei panni andavamo noi lavarci..
Le pareti  e il soffitto della fontana erano anneriti dal fumo di una antica e malfunzionante caldaia a legna che serviva a scaldare un enorme bollitore dove venivano immersi i panni da strigliare più forte, alcune donne se ne servivano anche per tingere dei vestiti…
Mia madre mi raccontava che al mattino presto, anche in pieno inverno, mio padre appena sveglio e a torso nudo andava a lavarsi in fontana.. apriva il  rubinetto da dove sgorgava tutta l'acqua che voleva e poteva insaponarsi e sciacquarsi a piacere...

Al muro esterno del cortiletto c'era appoggiata una scala di legno a pioli che ci permetteva di raggiungere il livello del terreno, scavalcare il piccolo muretto e accedere nel nostro bellissimo e verde  giardino..
La proprietaria sig. Berardi era gelosissima di questa sua creatura e aveva dato ordine alla portinaia Francesca e a suo marito Girolamo di non farci entrare nessuno…per noi ragazzini era divenuto una sorta di giardino segreto da godere di nascosto o qualche volta con il benevolo permesso  di Francesca.
Dalla parte della Via Fabbri il giardino era delimitato da un  muretto di circa un metro di altezza con sopra murate delle pesanti ringhiere in ferro battuto, al centro del muricciolo un grosso cancello dello stesso ferro sorretto da due colonne di cemento armato.. Girolamo aveva comprato un grosso lucchetto e teneva il cancello sempre ben chiuso..

In estate la fontana al centro del giardino era la nostra felicità.. potevamo gettare delle mollichette di pane ai pesciolini rossi, bere l'acqua dello zampillo e far galleggiare delle barchette di carta che facevamo con i fogli di quaderno..
Un giorno, nel tentativo di toccare più da vicino un pesciolino, ho esagerato nello sporgermi e sono caduto in acqua.. mi ricordo che feci un paio di capriole e riemersi sorridendo..gli altri ragazzini impallidirono ed iniziarono a gridare aiuto.. dalle finestre dei due isolati si erano già  affacciate tante mamme che gridavano "correte, correte".. mia sorella Vilma stava stendendo i panni nel cortiletto e sentendo le urla della gente salì in un attimo la scala a pioli, si precipitò verso la fontana e mi "strappò" letteralmente fuori dall'acqua.. si preoccupò persino di rassicurare le mamme affacciate alle finestre che tutto andava bene e che potevano tirare un sospiro di sollievo..
A casa mi tolse i vestiti bagnati mi asciugò in fretta e mi avvolse in una calda coperta , poi mi accarezzo e disse: "non lo fare mai più, ci hai fatto prendere un grosso  spavento".. candidamente risposi: "ma io nuotavo così bene".

Io e Mario, il figlio della portinaia, trascorrevamo molte ore all'aria aperta nel giardino…
In primavera ci dissetavamo con le melegrane e "rubavamo" qualche nespola e albicocca…
Un giorno all'ora di pranzo venne a chiamarci mia sorella.. io stavo a cavalcioni sul piccolo muretto e aspettavo che lei mi aiutasse a scendere la scala di legno.. Vilma salì, ma quando fece per prendermi in braccio, la scala iniziò a scivolare paurosamente all'indietro, con incredibile prontezza di riflessi mi respinse verso il giardino, la scala rovinò a terra trascinandola con se..una piccola tragedia che si risolse con il polso sinistro rotto e un mese di gesso al braccio…

Era un giorno di vivida luce, l'asfalto della Via Fabbri era ancora umido di pioggia caduta nella notte, passava un cavallo che trainava il tipico carrettino romano: la "Botticella" del vino, si sentiva il rumore pesante degli zoccoli sul selciato e il contadino che gridava aahh!..noi ragazzini stavamo giocando con la palla quando questa schizzò in mezzo alla strada, io corsi per riprenderla ma mi ritrovai sotto le zampe del cavallo, mia sorella emanò un grido disperato, la gente affacciata alle finestre gridava ancora più forte, il cavallo si fermo come per incanto e non si mosse più, lei come sempre rapidissima mi prese per le braccia e mi tirò via da sotto quelle enormi zampe...
Non mi feci neanche un graffio, ma tutti a gridare al miracolo.. ancora oggi rammentando l'episodio diciamo "fu letteralmente un miracolo", ma ci facciamo sopra anche tante risate….


Andare a ritrovare i segni del passato è oggi per me una indescrivibile emozione..ho provato una stretta al cuore, mista a forte rabbia, rivedere il "mio" giardino rinsecchito e abbandonato, la fontana abbattuta e il cortiletto pieno di materiale edile…
Con la proiezione del passato sullo schermo di questo presente, ho visto il mondo della mia fanciullezza andare in frantumi…





lunedì 6 aprile 2015

LA MIA VECCHIA E CARA CASA.

La mia vecchia e cara casa dove ho trascorso la mia fanciullezza.
Il palazzo di via Appia Nuova era alto solo cinque piani. Costruito con criteri antichi, senza riscaldamento e senza ascensore.
I muri erano spessi e robusti e non lasciavano passare il freddo in inverno e il caldo  in estate. 
I due appartamenti al seminterrato erano occupati dalla mia famiglia e dalla famiglia della portinaia Francesca.
Per accedervi occorreva  scendere una rampa di scale dall'androne del portone fino al pianerottolo dove, a destra e a sinistra, c'erano gli usci delle nostre case.  Il nostro grande divertimento era mettersi a cavalcioni sul mancorrente di legno della ringhiera e lasciarsi scivolare velocemente giù fino al pianerottolo.
Superato l'uscio di casa mia ci si trovava subito in un grande stanzone (oggi si direbbe salone all'americana) che fungeva da ingresso e da soggiorno.
Al centro della stanza era sistemato un grande tavolo rettangolare di robusto legno con sei sedie impagliate tutt'intorno.
Da un lato una poltrona letto di finta pelle color verde che all'occorrenza serviva per far dormire gli "ospiti". 
In questa stanza trascorrevamo la maggior parte del tempo quando eravamo in casa e dove festeggiavamo le ricorrenze più belle dell'anno. 
La radio era una chimera. I nostri soldi non ci consentivano l'acquisto di un "Radiomarelli" o di un "Telefunken", bellissimi anche come mobili.
Solo più tardi, quando mio fratello maggiore cominciò a guadagnare di più, potemmo comprare una bellissima radio "Geloso" tutto di legno e con giradischi incorporato.
Dal soggiorno si accedeva nelle due ampie camere da letto con finestre che davano su di un meraviglioso giardino condominiale e dalle quali, in primavera, entrava prepotentemente il profumo di una bellissima e fiorita mimosa.
Nella stanza di sinistra, la "matrimoniale", vi era sistemato un grande lettone di legno con materasso di pura lana e lenzuoli sempre freschi di bucato, una grande coperta rosa damascata copriva il tutto. 
Quante volte mi sono infilato sotto quel lettone per sfuggire alle ire di mia madre dopo averne combinata  "qualcuna"
Sopra la grande spalliera del letto era appesa una bellissima cornice ovale d'orata con all'interno uno stupendo dipinto raffigurante la Madonna con il Bambinello in braccio.
Dalla spalliera penzolava il filo con la "pompetta" elettrica per spegnere la luce prima di andare a dormire.
Ai lati del letto due comodini dello stesso legno e sulla sinistra il "comò".
Sull'altra parete l'armadio ad un' anta con incorniciato uno specchio di cristallo che rifletteva la luce che filtrava dal giardino e faceva sembrare la camera molto più grande.
Un giorno mio padre si arrabbiò a tal punto, non ricordo bene perché, che sferrò un calcione contro lo sportello del comodino di sinistra procurandogli un bel buco.
Mia madre non lo fece mai riparare, ci incollò sopra una cartolina illustrata e rimase così per molti anni a ricordo della rarissima volta che mio padre si arrabbiò. 
La stanza di destra era arredata in modo modesto con due lettini singoli, comodini, una cassettiera e due sedie. 
Nel gabinetto (così si chiamava e non bagno) gli unici sanitari erano la "tazza",  il lavandino con i rubinetti che perdevano perennemente la classica goccetta ed un catino di rame.
In alto la finestrella  che bisognava spingere con forza per chiuderla, uno spago pendeva dallo sciacquone e tirandolo faceva scendere l'acqua, spesso però si rompeva e occorreva salire sulla "tazza" per ripetere l'operazione con le mani.
Niente carta igienica (un sogno) ma cartaccia.
La cucina, di fronte al "soggiorno" era grande e capace. Le pareti fino all'altezza di due metri circa erano verniciate con smalto azzurro che dava l'impressione di avere al muro le piastrelle di ceramica.
Non so quante volte mia madre abbia fatto riverniciare quelle pareti, tanto che  si era formato uno strato di smalto spesso quasi un centimetro.
Sulla parete di destra vi era adagiata una grande credenza di legno laccato bianco, molto di moda in quel periodo. La lacca  sulle ante e gli sportelli aveva raggiunto lo spessore di alcuni millimetri per le tante volte che venne ritoccata. La parte alta, dove riponevamo il servizio "buono" di bicchieri, si chiudeva con sportelli scorrevoli di vetro sabbiato, una volta ne cadde uno e si ruppe e non fu mai possibile trovarne un altro uguale, pena cambiarli entrambi, rimasero così sempre, uno diverso dall'altro.
Al centro della credenza cerano due cassetti: uno per le posate, uno per gli "impicci", dentro c'era di tutto: il martello, i chiodi, l'ago e il filo, le forbici, lo spago, i tappi, le lattine,le figurine, le palline, le candele, i fiammiferi, il lacci da scarpe, insomma qualsiasi cosa che non sapevamo dove mettere.

Il tavolo rettangolare sistemato in mezzo alla cucina era fatto dello stesso legno della credenza e ugualmente smaltato e laccato. Il pesante ripiano era di robusto marmo bianco.
Nel lato più corto c'era un foro rotondo dove ci si infilava il mattarello che serviva per fare la pasta in casa. 
La finestrella dava sulla via V.Fabbri e quando amici o conoscenti dovevano chiamarci o dirci qualcosa lo facevano da lì.
Le due ante della porta d'entrata erano costruite con robusto legno massiccio con all'interno un grosso catenaccio di ferro che dava sicurezza. La chiave , di quelle antiche di ferro, era perennemente ficcata nella "Toppa" esterna. Anche in futuro, quando avemmo la possibilità di sostituire la vecchia e malandata serratura, con una nuova più moderna, non perdemmo mai l'abitudine di lasciare la chiave nella porta.
Nel palazzo ci conoscevamo tutti. Le porte erano sempre aperte, c'era fraternità, solidarietà, umanità. Parlavamo da una finestra all'altra, da un pianerottolo all'altro. La povertà non era una colpa e tanto meno una vergogna: La signora Carboni bussava alla dirimpettaia per chiedere in prestito un pò di olio; la signora del secondo piano chiedeva a quella del primo se le fosse avanzato dello zucchero poiché aveva dimenticato di comprarlo.. chiunque bussava alla nostra porta bastava dire: "avanti".
Mi sembra un tempo irrimediabilmente lontano, purtroppo.
Mia madre, quando usciva e in casa non rimaneva nessuno, la chiave la "nascondeva" nel chiusino del contatore del gas posto all'esterno accanto alla porta: praticamente il segreto di Pulcinella! Tuttavia mai che io ricordi un episodio di disonestà e di intolleranza.

Sotto il lavandino, fatto di vecchio marmo grigiastro e con un rubinetto che erogava solo acqua fredda,  mia madre ci aveva ricavato uno spazio dove sistemava il secchio della "mondezza" e i rozzi utensili per le pulizie. Il tutto veniva "nascosto" da una tendina di cotone colorato che correva lungo i bordi del lavandino e tenuta ferma con dell'elastico.
Di fronte al lavatoio, in alto, una grande cappa che serviva a far defluire i fumi del camino sottostante che aveva ancora i fornelli a carbonella. Questi servivano oltreché per cucinare anche a scaldarci durante le lunghe serate invernali.
Più tardi, quando installarono il gas, mia madre continuò a far funzionare anche i vecchi e cari fornelli a carbonella.

Il sabato pomeriggio era dedicato al bagno settimanale.
Mia madre metteva a scaldare grosse pile d'acqua che poi versava in una capace "bagnarola" di ferro. La prima a lavarsi era mia sorella aiutata da mia madre.
Poi di nuovo pile d'acqua calda e quindi toccava a noi più piccoli il bagnetto con gran divertimento.

Nelle case, la luce elettrica era erogata con il metodo del "forfait".
Non si potevano usare lampadine più forti di 50 W (allora si diceva 50 candele) e non potevano restarne accese più di tre alla volta. Per passare da una stanza all'altra occorreva ricordarsi di spegnere la luce, altrimenti l'interruttore generale interrompeva l'energia in maniera ritmata: telon..telon..telon.. io e mio fratello rifacevamo il verso: telon..telon..

Remo, il figlio della nostra dirimpettaia Francesca la portinaia, la sera spesso  veniva a giocare in casa nostra.  Lui aveva una gran paura del buio sottoscala, la luce fioca illuminava appena il pianerottolo, Remo lo attraversava di corsa, spingeva la nostra porta appena accostata ed entrava in casa.
Sfortunatamente, una sera trovò la porta chiusa: impallidì, urlò per la tanta paura e quando aprimmo la porta quasi svenne.

Questa era casa mia, dolce casa mia, tanto amata ed unica protagonista dei miei ricordi di fanciullo. Quel tempo meraviglioso di percorsi fantastici indimenticabili in cui tutte le
menzogne e le bruttezze della vita restano ignote.